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PREISTORIA ASTRONOMICA: IL CIVITAS SCOPRE UN SITO SACRO ANCORA SCONOSCIUTO

September 3, 2015

 

Un recente studio sperimentale del gruppo CIVITAS si è concentrato nel seguire un ipotetico percorso della cosiddetta “Via degli Inferi”, una strada sacra che, dopo aver attraversato longitudinalmente la necropoli de “La Banditaccia” nei pressi di Cerveteri, sembra perdersi nel nulla. E’ infatti noto come gli Etruschi difficilmente avrebbero limitato una strada così importante ad un singolo abitato (e la citata necropoli, è disegnata come una città dei vivi), anche per la ossessiva commistione tra il senso profano (utilità per gli spostamenti) ed l’ispirazione sacra (orientamento, profondità, tappe e destinazione). Quel popolo era ben consapevole del significato simbolico nel riproporre una pianta urbanistica di vita quotidiana applicata ad una necropoli, quindi la “via centrale” doveva rispecchiare il medesimo senso mistico di ascesi rituale, come un’autostrada verso l’oltretomba.

 

Per questa ricerca, è stato appositamente adottato un approccio empirico più che scientifico (da qui il senso sperimentale), anche perché dal punto di vista archeologico, moltissimi eminenti studiosi hanno studiato quest’area in modo rigoroso (ricordiamo tra questi, Judson-Hemphill, Mengarelli, Nardi, Enei) ma pochi si sono focalizzati sull’aspetto prettamente “religioso” ed antropologico, fondato spesso su fattori aleatori piuttosto che tecnici. Abbiamo dunque preso il modello anticamente universale sui culti femminili rivolti alla Dea Madre, dove la presenza dell’acqua come principio vitale era fondamentale, per applicarlo ad un territorio che vede una forte presenza pelasgica e pre-Etrusca, Villanoviana o di quei popoli appartenenti alla cosiddetta “Cultura del Rinaldone”.

 

 

La storia ci insegna come i culti più antichi si siano spesso trasferiti alle culture successive, seppur con le dovute modificazioni: le divinità greche ed etrusche possono essere riscontrate con sottili differenze nei Romani, come molti concetti pagani (in particolare mitraici) nello stesso Cristianesimo. Seguendo l’assunto dello storico Jaques Le Goff secondo il quale “il sacro è tenace” cioè un luogo consacrato da una civiltà tende a conservare il suo status mistico per le popolazioni ed i culti successivi, ne deriva la lecita ipotesi che un percorso sacro varato da popolazioni antichissime sia poi stato riutilizzato dagli Etruschi collegandolo ad una viabilità cerimoniale edificata per il loro culto.

 

Una “Via degli Inferi” che addirittura percorresse una necropoli delle dimensioni e dell’importanza come La Banditaccia (una delle più estese al mondo e patrimonio dell’UNESCO), non poteva –a maggior ragione- essere pensata come fine a sé stessa.

A titolo informativo, ricordiamo che il concetto di “inferi” non era visto dagli Etruschi in accezione negativa, connotazione tipica del Cristianesimo, ma di un pantheon divino collocato nelle viscere della Terra più che nei cieli. Un “Olimpo” molto più vicino alla vita di tutti i giorni, a stretto contatto con gli eventi naturali, dove il mondo dei morti spesso si confondeva con quello dei vivi. La necropoli de La Banditaccia, sembra esprimere sia architettonicamente che emotivamente tutto il culto del “trapasso” e dell’aldilà tipici della fede etrusca.

 

Basti pensare ai sarcofagi con la figura del Cerbero rinvenuti nell'area ed al nome stesso della

 

vicina città di Cerveteri la quale apparirebbe su alcuni documenti antichi come "Cerbeteri" o “Castrum Cerbetere” (terra del Cerbero?), come congetturato da A.Szabo. Un’ipotesi non meno ardita della leggenda che vede tramutare il nome di Agylla in Caere per via di un saluto mal interpretato…

La teoria di una toponomastica pagana e la successiva damnatio memoriae cristiana si fonderebbero nell'ancora attuale stemma comunale: un cervo nella postura tipica adottata per gli “Agnus Dei” … ed ancora più stranamente tricefalo.

 

Qualcosa ci diceva che seguendo i principi della spiritualità etrusca, questa Via degli Inferi dovesse rivestire un valore iniziatico e rituale, anche più elevato delle conosciute vie lucumoniche (o "tagliate"), un po’ come si sta dimostrando per l’antico tracciato che univa il santuario di Pyrgi ad Agylla e quindi a Caere.

 

 

Il percorso, una volta usciti dalla necropoli, sembra dividersi in due opzioni. Una strada prosegue in direzione Nord su altipiani e la seconda, quella presa in esame, scende in un vallone fino alle sponde del fosso “Manganello” per poi, superato il moderno cimitero, proseguire in direzione NE in un'angusta gola dove confluiscono altri torrenti. L’intero cammino copre un dislivello di circa 300 mt in circa 12 km, tutto infossato tra le ripide pareti tufacee del “Fosso della Mola”.

 

Lungo il percorso, ben quattro cascate con un salto considerevole danno vita ad altrettanti laghetti, offrendo scenari impensabili alle porte di Roma e dei momenti di ristoro nel non facile cammino. 

Tutto sembra celebrare la sacralità delle acque, la cui dea Uthur (Orcla, Giuturna) era tra le principali nel pantheon etrusco.

 

Superata l'ultima cascata che nasconde una grotta grossolanamente murata, ci si ritrova su un altopiano alle falde del monte "La Guardia", tra i più alti della zona (escludendo il "Monte Santo" di circa 450 mt ed in prossimità della linea costiera).

 

E' in questo luogo che iniziamo a rilevare dei massi levigati con incise decine di "coppelle" di varia forma e diametro. 

Uno di questi sembra un seggio o una duplice vasca votiva ed un altro ha chiaramente scolpiti dei gradini. Altri monoliti hanno forme ovoidali o sono intagliati con figure geometriche: uno in particolare, di forma piramidale, cela a pochi metri i resti di una tomba a camera singola di chiara fattura etrusca, oggi ricovero di bestiame. 

 

Salendo su uno di questi megaliti, è stato possibile scorgere una protuberanza di roccia levigata emergere dal bosco, con al centro un grande foro ellittico, particolare che ci ha convinti ad addentrarci nella macchia. Con stupore (e molta fatica, perchè la fittissima vegetazione ricopre ormai ogni cosa), abbiamo rilevato centinaia di metri di pareti tufacee piene di coppelle ed altre nicchie di varie forme regolari, stese come un nastro che deve misurare o raccontare qualcosa. All'interno del bosco non è stato possibile contare con esattezza la grande quantità di altri monoliti, dei quali nessuno sembra essere collocato in modo casuale: uno, in particolare, nel suo incavo ospita un tempietto matriarcale apparentemente intatto. 

 

Il CIVITAS ha immediatamente denunciato il ritrovamento alla Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell'Etruria meridionale e parallelamente ha avviato un'esame antropologico che dai primi risultati mostrerebbe qualcosa di inaspettato quanto eccezionale: un area sacra dove le ritualità dedicate alla Terra e l'osservazione degli astri si fonderebbero, perdurando per più epoche e culture.

 

 

 

Pur non essendo semplice individuare i confini precisi del complesso a causa dei rovi, percorrendo il bordo esterno del bosco è apparso evidente come la presenza di incisioni e pietre lavorate ricopra tutto il versante Ovest della montagna.

 

Da una prima analisi, in Italia fino ad oggi non esiste documentazione a descrizione di un sito così poliedrico, esteso e completo, come non abbiamo trovato traccia di precedenti analisi o studi relativi a questo sito, in chiave sacra e rituale. Se ciò potrà essere confermato dalla Soprintendenza e dagli studiosi che il CIVITAS sta interpellando, la piccola squadra di ricognizione composta da Germano Assumma, Ilaria Bartolotti e Massimo Bonasorte (assieme ad altri partecipanti dediti a studi astronomici, antropologici ed archeologici) potrebbe aver localizzato uno dei maggiori complessi astronomici e sacri in Italia utilizzati dall’Età del Bronzo, fino all’epoca etrusca o successive.

 

I risultati delle analisi antropologiche ed i pareri degli studiosi saranno pubblicati a breve.

 

 

 

 

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